giochiamo

Giochiamo?

Sappiamo tutti che gli adolescenti tendenzialmente rifiutano ciò che li circonda e preferiscono guardare lontano. Sappiamo che è difficile, da adulti, fare proposte che vengano ben accolte dai più giovani e che anche le migliori intenzioni spesso si scontrano con una chiusura “a priori”.

Però abbiamo la sensazione che a Capannoli si cerchino soluzioni solo per i bimbi fino a 10 anni (oltretutto spesso solo in campagna elettorale), mentre ci si dimentichi completamente degli adolescenti. Questa assenza di proposte autorizza tutti i giovani a sentirsi  “fuori posto” ed a cercare altrove. Basta uno scooter e via, fuori dall’inutile paesino dove si è nati e cresciuti (sogno nel cassetto di tutti i ragazzi).

Cosa piace fare ai ragazzi? Partiamo dai luoghi comuni e facciamo una breve lista apparentemente deprimente:

  1. Videogames
  2. TV
  3. Internet
  4. Musica

Non abbiamo fatto un sondaggio quindi l’ordine è casuale ma crediamo di non essere lontani dalla realtà.

È difficile fare proposte costruttive o educative? Se l’intento è di deviare l’interesse per portarlo altrove (ad esempio dalla TV ai libri), la risposta è “si è molto difficile”. Se però si accetta l’idea che gli adolescenti siano utenti consapevoli e che quindi anche questi mezzi siano interessanti, allora proporre spazi, momenti o soluzioni che producano aggregazione, cultura, arricchimento per tutti è non solo possibile ma anche molto semplice.

Partiamo dal più scomodo.
Cosa c’è di buono in un videogame?

Prima di tutto chiariamo alcuni dettagli: un videogioco è un software generalmente complesso e spesso chi gioca arriva a capirne, consapevolmente o meno, diversi algoritmi che a volte vanno ben al di là dei meccanismi di gioco. Inoltre al pari di un film, ha una sceneggiatura, un trattamento, spesso un design dell’ambientazione e dei personaggi che sono il frutto di ricerca e approfondimento da parte degli autori. Ci sono videogiochi che si fondano su avvenimenti storici (ad esempio Assassin’s Creed è ambientato nell’Italia dei Borgia), in alcuni casi il videogioco è collettivo e richiede interazione, seppur “virtuale”, tra i giocatori. Dalla competizione allo spirito di gruppo.

Avanziamo una richiesta: si potrebbe allestire uno spazio dedicato ai videogiochi che i ragazzi possano utilizzare per giocare, insieme o da soli, organizzare incontri o eventi?
Basta una saletta con un paio di televisori, una playstation e una XBox (per par condicio), una decina di joypad senza fili, un tavolo da lettura, qualche sedia e un paio di divanetti. I videogames non hanno certo un costo proibitivo e, visto che non sarà necessario avere l’ultimo titolo uscito, si possono acquistare usati risparmiando parecchio.

Problema: come si gestisce questo spazio?
Proposta: secondo noi la soluzione migliore è quella di coinvolgere in prima persona i giovani. Si potrebbe costituire una associazione culturale partecipata dal Comune e dai ragazzi interessati. Il costo è minimo e si recupera con il tesseramento dei soci.
La responsabilità però deve essere data ai ragazzi. Devono essere loro stessi, a rotazione, ad occuparsi dell’accesso allo spazio, dell’organizzazione delle attività, della promozione degli eventi ed anche della gestione del budget disponibile.

La passione, anche per un videogioco, è un motore potente e crediamo che non sarà difficile trovare ragazzi disposti ad occuparsene. Un impegno di questo tipo insegna inevitabilmente a chi lo svolge a rispettare la cosa pubblica, ad assumersi una responsabilità collettiva e a gestire una attività di gruppo.

Non ci sembrano cose da poco.

N.R.

 

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