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Tempo e denaro

Due provvedimenti annunciati dal Governo: ingredienti buoni ma cucinati male. Vediamo il dettaglio.

80 euro al mese in più.

Facciamo finta che le coperture finanziarie ci siano al 100% e che non siano un problema. Perfetto. Questa manovra dovrebbe stimolare i consumi e, in teoria, funziona; se ho più soldi a fine mese, ne posso spendere di più. Se mi sento ottimista magari ci vado in pizzeria un paio di volte. Se l’ottimismo non fa per me, probabilmente me li tengo o ci pago la bolletta della luce senza prenderli dalla pensione del nonno. In ogni caso, trattandosi si un provvedimento una tantum, non potrò farci affidamento per il futuro. Non potrò progettare un acquisto a medio o lungo termine sulla base della mia busta paga “gonfiata”. Peccato perché, se invece fossero strutturali, potrei andare in banca con la busta paga e chiedere un prestito per iscrivermi ad un corso di specializzazione serale o per comprare un computer nuovo o per cambiare auto magari con una a metano.

Non c’è niente di strutturale. Per questo motivo, e non per la mancanza di coperture, questo annuncio puzza di “compravendita di voti di massa”.

Contratti a termine per tre anni.
Chiariamo subito una bufala da bar. Questo prolungamento a tre anni non serve per ridurre il ricorso al lavoro nero.  Chi paga al nero lo fa perché incassa al nero. Non si mette certo a fatturare e ad assumere di punto in bianco perché può prolungare il contratto.
Detto questo, il contratto a tempo determinato è una salvezza per ogni datore di lavoro. Permette di assumere una persona per un periodo prestabilito e non riconfermarla se si rivela inadatta al ruolo, incompatibile con l’ambiente di lavoro o anche solo antipatica. È giusto. Non si può pretendere che un’azienda assuma a tempo indeterminato a scatola chiusa. Il personale sbagliato può portare l’azienda al fallimento e un periodo di precariato è sacrosanto.
Però
tre anni non hanno senso. Dopo un anno, qualunque azienda è in grado di valutare se un collaboratore può essere produttivo per quel ruolo oppure no. Con la possibilità di prorogare i contratti a termine di 6 mesi in 6 mesi per tre anni si favoriscono le aziende che non hanno intenzione, o non hanno bisogno, di investire nel personale stabile. Il lavoratore sarà sempre sotto il ricatto del rinnovo e quindi lavorerà più ore del dovuto, con maggiore dedizione, rinunciando a qualche diritto. Ma, alla fine dei tre anni, il datore di lavoro cambierà persona piuttosto che contratto.

Diverso sarebbe se il contratto a termine avesse un costo superiore rispetto al contratto a tempo indeterminato.

In questo caso l’azienda potrebbe prendere una persona “in prova”, per poterla valutare meglio prima di decidere se inquadrarla o meno nel proprio organico stabile, ma la dovrebbe pagare di più.
L’azienda che vuole i dipendenti sempre sul chi vive perché il contratto scade, lo potrebbe fare ad un costo maggiore e i dipendenti da parte loro potrebbero rinunciare alle prospettive a lungo termine in cambio di una busta paga più pesante.

Parallelamente basterebbe de-tassare un po’ il contratto  a tempo indeterminato e il gioco sarebbe fatto. Neppure questo ridurrebbe il lavoro nero, ma chi vuole invece lavorare in regola sarebbe stimolato ad assumere a tempo indeterminato.

Sono provvedimenti che non possono rimanere isolati; vanno accompagnati da una tutela del prodotto “made in Italy”, da una riduzione fiscale per le aziende che dimostrano di essere in regola, da un inasprimento delle sanzioni per chi lavora al nero, ecc..
Queste considerazioni non sono difficili da capire. Perché non si va in questa direzione?
Azzardiamo una risposta: le persone che vivono nell’incertezza sono più propense a vendere il proprio voto, a credere alle promesse del comunicatore di turno, a raccomandarsi al “politico buono”, ad essere sudditi.

N.R.

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